Guida SEO 2026: come farsi trovare su Google adesso che a rispondere è l’AI

Guida SEO 2026: come farsi trovare su Google adesso che a rispondere è l’AI

10 Settembre 2026
20 min di lettura

GEO. AEO. LLMO. “La SEO è morta.”

Hai presente quei tizi che ogni sei mesi tirano fuori una sigla nuova e ti spiegano, con una sicurezza che vorrei avere io, che tutto quello che facevi fino a ieri non serve più? Ecco. Di solito, due righe sotto, c’è il link al loro corso.

Mettiamo subito un punto fermo: esiste solo la SEO. Tutto il resto sono derivati, cioè pezzi dello stesso lavoro ribattezzati con nomi nuovi per rivendertelo a parte. E non lo dico perché di SEO ci campo: a maggio 2026 Google ha pubblicato una pagina di documentazione dove scrive nero su bianco che GEO e AEO sono riformulazioni della SEO, che parecchi trucchi diventati virali non hanno alcun effetto e che conviene guardare con sospetto chi vende servizi di ottimizzazione per l’AI.

Anche io ho parlato di GEO, AEO, perché è giusto farlo. Bisogna sapere cosa sono e cosa comportano, ma entrambi fanno parte di un unico e grande pacco che è la SEO e che, ogni anno, si evolve sempre di più

Detto questo, sarebbe comodo chiudere l’articolo qui dicendo che non è cambiato niente. Solo che non è vero e per questo voglio farti una domanda.

Quand’è stata l’ultima volta che hai cercato qualcosa su Google e hai chiuso la scheda del browser senza nemmeno aprire un sito? Probabilmente ieri sera, o forse stamattina mentre facevi colazione al bar. Leggi il riquadro con la risposta in cima, ti basta, sei soddisfatto e passi ad altro. È diventato un gesto talmente automatico che non ci fai più caso, e i numeri lo confermano: il Pew Research Center ha analizzato quasi 69.000 ricerche reali e ha visto che quando compare un riepilogo generato dall’AI la quota di visite che si conclude con un click su un risultato scende dal 15% all’8%. I link dentro il riepilogo vengono cliccati circa l’1% delle volte.

Quindi no, la SEO non è morta. È cambiato dove finisce il tuo contenuto, che adesso ha due possibili destinazioni: la pagina dei risultati e la risposta generata che le sta sopra. Solo una delle due ti porta qualcuno sul sito e indovina qual’è?

In questo guida SEO 2026 ti spiego cos’è davvero, come funziona Google adesso che risponde da solo e cosa devi mettere a posto sul tuo sito per farti trovare. Niente sigle inventate, niente mega articoli alla fuffa guru dove poi cerco di venderti il mio corso che nemmeno ho. Quindi, andiamo!

Cos’è la SEO, spiegata senza giri di parole

Partiamo dalla base, perché quando l’argomento salta fuori con un cliente nella maggior parte dei casi scopro che non sa cosa sia. Non è che abbia pregiudizi o brutte esperienze alle spalle, è che proprio o non ne hanno sentito parlare, oppure hanno sentito un eco in lontananza e pensano che basti inserire a ripetizione la keyword nell’articolo per finire in prima pagina.

La definizione che uso io è questa, corretta o sbagliata che sia poco mi importa, ma è il modo migliore per far capire un argomento complesso e sfaccettato a chi non ne sa niente: la SEO è l’insieme delle pratiche che servono a far sì che il tuo sito e i tuoi contenuti rispondano davvero alle domande che le persone scrivono su Google, così da intercettarle e portarle sul sito.

Sono tre pezzi e servono tutti e tre. Se rispondi bene ma nessuno ti trova, non serve a niente. Se ti trovano ma la pagina non risponde a quello che cercavano, se ne vanno dopo quattro secondi e tornano indietro.

Nota cosa non c’è dentro quella definizione: non ci sono trucchi per fregare Google. La SEO viene raccontata spesso come una scatola di espedienti tecnici da spalmare sul sito, tipo ripetere la parola chiave ottanta volte in fondo alla pagina scritta in bianco su bianco. Quella roba esisteva davvero, funzionava pure, e stiamo parlando di quindici anni fa. Oggi al massimo ti prendi una penalizzazione e col cazzo che te la togli.

Se ti serve un’immagine per fissarla, pensa a un bibliotecario. Entri e chiedi qualcosa su un argomento, e lui non ti consiglia il libro con la copertina più bella, ti consiglia quello che risponde alla tua domanda. Per farlo però deve averlo in catalogo, deve sapere di cosa parla e deve fidarsi di chi l’ha scritto. Tutto il lavoro della SEO sta dentro quelle tre condizioni: farsi catalogare, farsi capire, farsi ritenere affidabile.

Quello che è cambiato è cosa succede dopo. Fino a ieri il bibliotecario ti indicava lo scaffale e il libro andavi a leggertelo tu. Adesso se lo legge lui e ti racconta il contenuto a voce, e tu il libro non lo apri più.

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Come funziona Google adesso che risponde da solo

“Ma quindi Google adesso è un’intelligenza artificiale che sa le cose?”

No, e capire questo ti risparmia metà delle stupidaggini che leggi in giro.

Il testo che vedi in cima ai risultati non nasce dalla conoscenza del modello. Il sistema va a recuperare dall’indice di ricerca le pagine che ritiene rilevanti, le legge, e su quelle costruisce il riassunto che leggi, mettendoci dentro i link alle fonti. Questo meccanismo si chiama RAG, che sta per retrieval augmented generation, cioè generazione a partire da un recupero di documenti.

Questa cosa la fa anche il mio BFF Franco se gli chiedi di farti una possibile stima di costi. Ha a disposizione un catalogo di tutti i nostri preventivi, divisi per tipologia di lavoro, durata e prezzo, si fa un ragionamento e ti restituisce un pre-preventivo.

La conseguenza pratica è enorme e la voglio scrivere in chiaro: se la tua pagina non è nell’indice di Google, non esiste nemmeno per la risposta AI. Non c’è nessun trucco di formattazione, nessun file magico da caricare, nessuna sigla che aggiri quel passaggio. Prima entri nell’indice, poi si ragiona.

C’è poi un secondo meccanismo, e questo cambia il modo in cui conviene scrivere. Si chiama query fan-out, e nasce da una cosa banale: una domanda scritta in linguaggio naturale ne contiene dentro altre che chi la scrive dà per scontate.

Facciamo un esempio concreto. Uno cerca “quanto costa rifare il sito aziendale”. Quella persona non vuole soltanto una cifra, vuole sapere da cosa dipende quella cifra, cosa dovrebbe esserci scritto dentro un preventivo fatto bene e se lo stanno per prendere in giro. Il sistema quindi scompone la richiesta e cerca anche:

  • quanto costa un sito WordPress;
  • che differenza c’è tra sito vetrina ed ecommerce;
  • quanto si paga di manutenzione ogni anno;
  • se conviene un’agenzia o un freelance;
  • quanto tempo serve per la realizzazione.

Nessuna di queste è stata digitata da nessuno. Se le è generate il sistema.

Qui arriva la parte che ribalta l’idea di posizionamento che probabilmente hai in testa. Puoi essere primo sulla query digitata e restare fuori dal riepilogo, perché quel riepilogo si è costruito su cinque domande collaterali che tu non hai coperto. E vale anche il contrario: puoi finire dentro una risposta AI pur non essendo tra i primi risultati, perché hai risposto meglio di tutti a una delle sotto-domande.

Non stai più competendo su una parola chiave. Stai competendo su quanta parte di quella scomposizione riesci a presidiare.

Il fastidio è che quelle sotto-domande non le leggi da nessuna parte: in Search Console trovi le query che le persone hanno scritto davvero, non quelle che il sistema si è generato per conto suo. L’unico modo per ricostruirle è sederti e fare a mano l’elenco delle domande che si porrebbe una persona vera subito dopo la prima. Mezz’ora passata così vale più di qualsiasi tool a pagamento.

Attenzione però a non ribaltare il ragionamento, perché la tentazione a questo punto è aprire una paginetta per ogni variante di domanda. Google lo scrive apertamente: produrre molte pagine quasi identiche per coprire varianti di query viola le linee guida antispam. La copertura si costruisce dentro una pagina che risponde bene, non moltiplicando pagine che rispondono male.

Quindi la SEO è morta?

No, ma prima di rispondere per bene guardiamo i numeri per intero, perché quelli che girano di solito sono tagliati per fare più impressione.

Nello studio del Pew Research Center, condotto su utenti statunitensi analizzando quasi 69.000 ricerche reali, il riepilogo AI è comparso nel 18% dei casi. Non nell’ottanta, nel diciotto. E soprattutto è comparso in modo molto selettivo:

  • nel 60% delle ricerche formulate come domanda, quelle che iniziano con chi, cosa, quando, perché;
  • nel 53% di quelle lunghe almeno dieci parole;
  • solo nell’8% delle ricerche composte da una o due parole.

Traduci questi numeri sul tuo sito e il quadro cambia parecchio. Se il tuo traffico organico vive di articoli tipo “cos’è il regime forfettario” o “come si sceglie una caldaia”, sei esattamente nella fascia dove l’AI risponde al posto tuo. Se invece vive di ricerche brand, nomi di prodotto o query locali tipo “fabbro Urbania”, ti sta togliendo molto meno di quanto temi.

Quindi la prima cosa da fare non è cambiare strategia, è aprire Google Search Console e guardare in quale delle due situazioni ti trovi, query per query. Poi ne riparliamo.

C’è un secondo dato dello stesso studio, citato molto meno del primo. Quando compare il riepilogo AI, il 26% delle visite si chiude con l’utente che abbandona del tutto la navigazione, contro il 16% delle visite senza riepilogo. Non stai perdendo solo il click verso il tuo sito, stai perdendo la persona, che ha ottenuto quello che voleva e ha smesso di cercare. Non arriva nemmeno ai tuoi concorrenti, il che vuol dire che la torta si è ristretta per tutti invece di essersi soltanto spostata.

Adesso la parte che ti conviene sentire, quella che rende il lavoro ancora sensato. Le funzioni AI di Google non girano su un motore separato con regole proprie: si appoggiano sugli stessi sistemi di ranking di sempre, e lo dichiara Google stessa nella documentazione. Restano quindi valide, senza modifiche, le stesse quattro cose di dieci anni fa:

  • farsi trovare e indicizzare correttamente;
  • rispondere all’intento reale di chi cerca, non alla keyword scritta nel foglio Excel;
  • costruire autorevolezza riconoscibile nel proprio campo;
  • scrivere contenuti che servono davvero a qualcuno.

La SEO non è morta. Ha smesso di essere solo una gara per la prima posizione ed è diventata anche una gara per essere la fonte che il sistema sceglie di riassumere.

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Come faccio a farmi citare da ChatGPT, Gemini e Perplexity?

Questa è la domanda che ha creato il mercato delle sigle, quindi vale la pena rispondere in modo asciutto.

Partiamo da quello che non funziona, perché è tutta roba diventata virale e Google l’ha smontata una per una nella sua documentazione:

  • il file llms.txt, presentato ovunque come il nuovo robots.txt per le AI: Google non lo usa;
  • lo spezzettamento artificiale del contenuto in blocchetti da tot caratteri per renderlo più digeribile ai modelli: non serve;
  • la riscrittura del testo “in linguaggio per AI”: i sistemi capiscono i sinonimi e il senso generale, non hanno bisogno che tu parli robotico;
  • le menzioni gonfiate artificialmente in giro per il web: non pesano più di quelle vere;
  • l’ossessione per i dati strutturati: servono per i risultati arricchiti, non sono un requisito fondamentale per finire nelle risposte AI, ma aiutano.

Se qualcuno ti sta vendendo un pacchetto costruito su queste cinque cose, sai già come rispondere.

Quello che funziona davvero è meno eccitante da mettere in una landing page. Per essere citato da un sistema che genera risposte devi:

Essere raggiungibile e indicizzato. Torniamo sempre lì. Se il crawler non entra, non c’è partita.

Avere qualcosa che non hanno tutti. Google usa un esempio chiarissimo: una recensione scritta da chi il prodotto l’ha usato davvero vale più di un riassunto generico compilato mettendo insieme altri articoli. Se la tua pagina dice le stesse identiche cose di altre venti, il sistema non ha nessun motivo di scegliere proprio te come fonte. Dati tuoi, casi tuoi, numeri tuoi, opinioni tue: è questo che ti rende citabile.

Rispondere in modo autonomo, sezione per sezione. Ogni parte della pagina deve stare in piedi anche letta da sola, staccata dal resto, perché è così che viene recuperata.

Esistere anche fuori dal tuo sito. I modelli si costruiscono un’idea di chi sei mettendo insieme quello che trovano in giro, quindi menzioni sulla stampa locale, presenza nelle directory di settore, profili coerenti e recensioni contano nel formare quell’idea.

Se vuoi approfondire la questione l’ho scritta più nel dettaglio nell’articolo su cos’è la Generative Engine Optimization, e sulle novità annunciate quest’anno trovi cosa è cambiato dopo il Google I/O 2026.

Perché il mio sito non lo trova nessuno?

Nella maggior parte dei casi la risposta è noiosa: perché Google non riesce a leggerlo bene, o perché non è mai stato messo in condizione di farlo.

Questa è la parte tecnica, quella che nessun cliente ha voglia di pagare perché non si vede. È l’impianto elettrico di casa: nessuno ti fa i complimenti per i cavi dentro il muro, però se sono fatti male non accendi la luce.

Le cose che si rompono sono quasi sempre le stesse tre.

Il robots.txt che blocca quello che non doveva. È un file di testo che dice ai crawler dove possono andare e dove no, e basta una riga scritta male per chiudere fuori mezzo sito.

Il noindex rimasto attaccato dallo sviluppo. Il classico dei classici: sito WordPress messo online con la spunta “scoraggia i motori di ricerca” ancora attiva. Il sito è perfetto, è online, ed è invisibile. Vai in Impostazioni, Lettura, e controlla adesso.

Le pagine orfane, cioè quelle a cui non punta nessun link interno. Se non ci arriva un utente navigando, spesso non ci arriva bene neanche Google.

Il modo più veloce per capire come stai messo è aprire Search Console e confrontare quante pagine risultano davvero indicizzate rispetto a quante ne hai pubblicate. Se il numero è molto più basso, il problema sta lì e non nei contenuti.

Velocità e Core Web Vitals

Sono tre misure di come si comporta la pagina mentre la usi, te le spiego al volo:

  • LCP: quanto tempo passa prima che compaia l’elemento più grande della pagina. Sotto i 2,5 secondi è un valore accettabile, sopra no.
  • INP: quanto ci mette la pagina a reagire quando tocchi qualcosa. La soglia è 200 millisecondi.
  • CLS: quanto ti spostano gli elementi mentre la pagina carica. Hai presente quel fastidio quando vuoi toccare il pulsante e questo all’improvviso cambia di posto perché è apparso un banner? Questo è il CLS. Per avere un risultato ottimale devi essere prossimo allo 0.

Piccolo appunto che ti fa risparmiare tempo: se trovi una guida che parla ancora di FID tra i Core Web Vitals, quella guida è vecchia di due anni e nessuno l’ha aggiornata. Il FID è stato sostituito dall’INP a marzo 2024, e circolano ancora articoli con il 2026 nel titolo che lo riportano.

Se hai un sito WordPress e vuoi mettere mano alla velocità, abbiamoscritto sei modi concreti per farlo.

Una cosa sul JavaScript

Google è meno rigida di quanto si racconti sulla struttura del codice: l’HTML semantico è consigliato, non obbligatorio. Il punto vero è un altro. Se il contenuto della pagina compare solo dopo che il browser ha eseguito lo script, stai scommettendo sul rendering, e su un sito aziendale non c’è nessun motivo di correre quel rischio. Se stai ancora scegliendo su cosa costruire, ne ho parlato in quale è la miglior piattaforma per siti web.

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Cosa devo scrivere per farmi trovare?

“Vabbè, allora scrivo dieci articoli con la parola chiave ripetuta e sto a posto.”

Ecco, no. Così peggiorerai la situazione.

Il lavoro parte dall’intento di ricerca, cioè da cosa vuole ottenere davvero la persona che ha scritto quella cosa nella barra. Chi cerca “sito web” sta studiando, chi cerca “quanto costa un sito web” sta valutando, chi cerca “agenzia siti web Urbania” sta per contattare qualcuno. Sono tre pagine diverse, e provare a servirle tutte con lo stesso articolo significa non servirne bene nessuna.

Da lì in poi la regola è semplice: una pagina, una domanda principale, più le domande che vengono subito dopo. Riprendi il discorso del fan-out del capitolo due, elenca a mano le domande collaterali, e dai a ognuna una sua risposta autonoma con il suo sottotitolo. Chi legge trova quello che cerca senza dover scorrere tutto, e il sistema può recuperare il singolo pezzo.

Sulla struttura non serve nulla di esoterico:

  • un titolo che dica di cosa parla la pagina, senza giochi di parole;
  • la risposta principale entro le prime righe, non dopo la premessa di duecento parole sulla storia del settore che spesso fa anche allontanare il lettore;
  • sottotitoli che siano domande vere o affermazioni chiare;
  • paragrafi corti, perché più della metà delle persone ti legge dal telefono.

E poi c’è la parte che veramente conta, quella che ti separa dai contenuti che si assomigliano tutti. Metti dentro roba tua, che hai solo te. Un numero preso dai tuoi progetti, un errore che hai visto fare tre volte nell’ultimo anno, una posizione netta su una cosa su cui gli altri stanno sul vago. Google lo dice apertamente nella sua documentazione: cerca contenuti con una prospettiva originale, non riassunti di quello che c’è già in giro.

Anche perché ti devi distinguere, se scrivi roba uguale ad altri come fai a farti notare?

Sui dati strutturati, giusto per chiudere il tema: servono a ottenere i risultati arricchiti, quelli con le stelline, il prezzo, le FAQ a fisarmonica. Sono utili, vanno inserite dove ha senso, ma non sono la leva che ti fa entrare automaticamente nelle risposte AI.

Perché i miei concorrenti stanno sopra di me?

Domanda che mi arriva spesso in questa forma esatta, e la risposta quasi mai è “perché hanno scritto meglio di te”.

Google, per decidere di chi fidarsi, guarda un insieme di segnali che va sotto la sigla E-E-A-T: esperienza, competenza, autorevolezza e affidabilità. Non è un punteggio che puoi vedere da qualche parte, è il modo in cui il sistema si convince che dietro quel contenuto ci sia qualcuno che sa di cosa parla.

Nella pratica si costruisce così.

Firma quello che scrivi. Nome e cognome, una bio vera, un collegamento ai tuoi profili. Un articolo firmato da “Redazione” su un sito senza pagine autore parte male e non ti dà autorità. Poi c’è anche il lato empatico, le persone vogliono sapere chi c’è dietro ad un articolo, a un’azienda, gli dà più fiducia.

Fatti nominare da altri. I link che arrivano da siti pertinenti restano uno dei segnali più forti, ma non sono l’unica cosa che conta: anche una menzione senza link, su una testata locale o in una directory di categoria, contribuisce a costruire quell’idea di te di cui parlavamo prima.

Cura il profilo Google. Se lavori su un territorio, il profilo dell’attività con recensioni recenti e informazioni aggiornate pesa più di venti link comprati. È la parte di SEO con il rapporto sforzo-risultato migliore in assoluto per una piccola attività, ed è anche quella che quasi nessuno tiene aggiornata.

Sii coerente ovunque. Stesso nome, stesso indirizzo, stessa descrizione di cosa fai, sul sito, sui social, sulle directory. Un’identità sfilacciata è difficile da riconoscere sia per una persona sia per un sistema, e su questo ho scritto anche a proposito della brand identity per le PMI.

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Come capisco se sta funzionando?

“Il traffico è calato del 30% ma le richieste di preventivo sono le stesse. Che sta succedendo?”

Prima o poi questa domanda arriva, e la risposta è che stai guardando il numero sbagliato. Se le persone leggono la risposta senza entrare, le visite scendono anche quando il lavoro sta funzionando, perché quelle che restano sono le visite di chi non si è accontentato del riassunto e ha voluto approfondire. Cioè, tendenzialmente, quelle che valgono di più.

Lo strumento per capirci qualcosa resta Google Search Console, che tra l’altro è gratis. Da giugno 2026 Google ci ha aggiunto un report dedicato alle prestazioni nelle funzioni AI, quindi adesso su quel fronte ci sono dei numeri veri invece del sentimento con cui ci siamo arrangiati fino a ieri.

E se qualcuno ti propone un tool che promette di dirti esattamente quante volte compari dentro ChatGPT o dentro le AI Overviews, sappi che quei dati non li ha nessuno. Lo scrive Google stessa nella sua documentazione, dove consiglia di diffidare degli strumenti di terze parti che vendono metriche “interne” ai sistemi AI. È la stessa fuffa dell’inizio dell’articolo, solo con un cruscotto più carino.

Poi cambia cosa guardi. Le sessioni da sole non ti dicono più se stai performando oppure no, quindi tieni d’occhio soprattutto:

  • le conversioni, cioè richieste di preventivo, telefonate, form compilati, non le visite;
  • le ricerche del tuo nome, perché se cresce il numero di persone che ti cercano direttamente vuol dire che ti stanno incontrando da qualche parte;
  • il traffico di riferimento da ChatGPT e Perplexity, che in Analytics arriva come referral e che vale la pena isolare;
  • la qualità di chi arriva, perché meno visite ma più qualificate è uno scambio che quasi sempre conviene.

Un modo casalingo per capire se i modelli ti conoscono, ma molto efficace è questo: scriviti dieci domande che un tuo cliente tipo farebbe, falle una volta al mese a ChatGPT, Gemini e Perplexity, e segnati se vieni citato e con quale pagina. Non è una metrica ufficiale, è artigianato, ma è più affidabile di parecchi tool a pagamento.

Guida SEO 2026, da dove comincio?

Se sei arrivato fin qui probabilmente hai in testa venti cose da sistemare, e il rischio è che non ne parta nessuna. L’ordine che ha senso è questo.

Prima le fondamenta. Controlla di essere indicizzato, togli i blocchi rimasti dallo sviluppo, sistema la velocità e guarda come stanno messi i Core Web Vitals. Finché il sito non è leggibile, tutto il resto son soldi e tempo buttato.

Poi i contenuti che hai già. Prendi le cinque pagine che ti portano più traffico e migliorale: risposta chiara in apertura, domande collaterali coperte, qualcosa dentro che hai solo tu. Riscrivere quello che esiste rende quasi sempre più che pubblicare cose nuove.

Alla fine l’autorevolezza. Firma gli articoli, aggiorna il profilo Google, cerca due o tre menzioni sensate nel tuo settore.

E soprattutto smetti di rincorrere le sigle. Nel tempo che ci metti a capire se il prossimo acronimo è quello buono, puoi sistemare tre pagine e aggiornare la scheda della tua attività, e ti assicuro che porta molti più risultati.

Tu come stai messo? Se hai un sito e vuoi sistemare fondamenta, contenuti e visibilità su Google e AI, partiamo dal servizio di ottimizzazione SEO e GEO. Oppure scrivici e ci facciamo due chiacchiere su cosa non va.

Tag: #guide #seo
Scritto da

Mi occupo di marketing digitale, identità visiva, contenuti e comunicazione. Non ti racconterò la solita storia di chi lascia tutto per seguire la passione, anche se, a volerla ridurre, qualcosa del genere è successo. Sono sempre stato curioso, il tipo che vuole...

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