Quante volte hai sentito parlare della Gen Z come se fosse un’entità aliena, incomprensibile, sempre incollata al telefono? Io stesso, scrivendo contenuti per i miei clienti, mi sono reso conto che la maggior parte delle aziende parla di questa generazione senza saperci davvero comunicare. Si limitano a buttare lì un Reel su TikTok e sperare bene.
Il problema è che la Gen Z non è un trend passeggero da intercettare con un paio di hashtag. È una fetta enorme della popolazione, con abitudini, valori e comportamenti d’acquisto completamente diversi da quelli a cui siamo abituati. E se il tuo brand parla ancora come se fosse il 2015, quel pubblico semplicemente non ti vede nemmeno.
C’è poi un dettaglio che quasi nessuno racconta, e che mi tocca personalmente: tra i Millennials e la Gen Z esiste una micro-generazione cuscinetto, gli Zennial, i nati tra il 1993 e il 1998. Io sono uno di loro. Abbiamo vissuto l’infanzia senza smartphone e l’adolescenza con i primi social, quindi capiamo entrambi i mondi ma non apparteniamo davvero a nessuno dei due. È una prospettiva utile da tenere a mente mentre leggi, perché spesso chi fa marketing per la Gen Z ha proprio questa età, e rischia di proiettare sui ventenni di oggi abitudini che in realtà appartengono a un’altra epoca.
In questo articolo ti spiego chi è davvero la Generazione Z, da quando inizia, cosa la rende diversa dai Millennials (e dagli Zennial), e soprattutto come puoi comunicare con loro senza sembrare quello zio che prova a fare lo slang giovanile a Natale. Quindi bro, mettiti nel chill e buona lettura.
Indice dei contenuti
Chi è la Generazione Z: definizione e periodo
Partiamo dalle basi, perché qui c’è già un po’ di confusione in giro, e non è colpa tua se ti perdi tra le sigle. Ogni tanto leggo articoli che mischiano Gen Z, Millennials e Zennial come se fossero la stessa cosa, e capisco perché: i confini tra una generazione e l’altra non sono mai netti, sono più che altro tendenze culturali che si sovrappongono per qualche anno. Detto questo, un riferimento serve, altrimenti diventa impossibile fare strategia o targettizzare una campagna in modo sensato.
La Generazione Z, o Gen Z, comprende tutti i nati tra il 1997 e il 2012. Oggi quindi parliamo di persone che hanno tra i 14 e i 29 anni, una fascia tutt’altro che marginale se pensi a quanto pesa in termini di consumi, lavoro e cultura. Non stiamo parlando solo di adolescenti che pubblicano TikTok dalla cameretta, ma anche di ventottenni che oggi gestiscono budget aziendali, comprano casa, e iniziano a occupare ruoli decisionali nelle aziende per cui magari lavori anche tu.
E qui torna il discorso degli Zennial che ti accennavo prima. Visto che faccio parte di quella generazione cuscinetto, posso dirti con cognizione di causa che la differenza non è solo anagrafica. È proprio una differenza di esperienza vissuta. Io ho avuto il telefono a scatti col gioco del serpentino prima di avere uno smartphone, e questo cambia completamente il rapporto che hai con la tecnologia rispetto a chi, come la Gen Z, non ha mai conosciuto un mondo senza notifiche push.
Da che anno inizia la Gen Z
Il punto di partenza più accreditato è il 1997. Non è un anno scelto a caso: è l’anno prima della nascita di Google, in un momento in cui internet stava entrando stabilmente nelle case. Chi nasce da quel momento in poi non ha mai conosciuto un mondo senza connessione, ed è proprio questo il discriminante principale rispetto alla generazione precedente, più che un confine rigido basato sul calendario.
Quando finisce la Generazione Z
Il confine superiore si attesta intorno al 2012, anno dopo il quale si inizia a parlare di Generazione Alpha. Anche qui i paletti non sono scolpiti nella pietra, ogni istituto di ricerca usa un range leggermente diverso, ma il 1997-2012 resta il riferimento più usato a livello internazionale, da Pew Research a Deloitte, ed è quello che useremo come bussola in questo articolo.
Differenze tra Gen Z, Millennials e Zennial
Qui sta il punto che spesso si confonde, e visto che ci sono dentro in prima persona ci tengo a spiegarlo bene. I Millennials, o Generazione Y, sono nati tra il 1981 e il 1996. Hanno vissuto l’arrivo di internet, dei primi social, degli smartphone, ma da adolescenti o giovani adulti. Lo hanno visto nascere, non ci sono nati dentro.
Gli Zennial, nati tra il 1993 e il 1998, sono la generazione cuscinetto che sta letteralmente a cavallo tra le due. Abbiamo avuto un’infanzia analogica, senza social, con il telefono fisso e i compiti fatti senza Wikipedia, ma l’adolescenza l’abbiamo vissuta proprio quando social network e smartphone iniziavano a diffondersi. Risultato: capiamo perfettamente sia la mentalità Millennial che quella Gen Z, ma non ci riconosciamo del tutto in nessuna delle due. È una posizione scomoda quanto utile, soprattutto se lavori nel marketing.
La Gen Z, al contrario, internet l’ha trovato già lì, sempre acceso, sempre disponibile. Non ha mai conosciuto un mondo offline come riferimento principale. Questo cambia tutto: il modo di cercare informazioni, di costruire relazioni, di valutare un brand. Un Millennial, o uno Zennial come me, ricorda ancora cosa significava aspettare la connessione dial-up, un ventenne di oggi no, e questa differenza di “memoria tecnologica” si riflette in comportamenti molto diversi quando si tratta di scegliere dove informarsi o cosa comprare.

Caratteristiche principali della Generazione Z
Capito chi sono e in che anni sono nati, la domanda successiva è quella che conta davvero per chi lavora nella comunicazione: cosa li rende diversi, nel concreto? Perché non basta sapere che sono giovani e usano TikTok. Quello che devi capire è il modo in cui ragionano, cosa li muove, cosa li fa fidare di un brand e cosa invece li fa scappare. E te lo dico subito: non è sufficiente fare video brevi con una canzone di tendenza sottofondo. Quella roba funzionava nel 2021, adesso la Gen Z la riconosce a colpo d’occhio un contenuto costruito a tavolino, e lo scrolla via in mezzo secondo.
Quello che davvero distingue questa generazione dalle precedenti è una combinazione di fattori che si sono formati insieme: la tecnologia che hanno trovato già pronta, gli eventi storici che li hanno attraversati mentre crescevano, e un sistema di valori che ne è uscito fuori in modo molto preciso. Vediamo questi fattori uno per uno.
Nati nel digitale: i veri nativi digitali
Si parla spesso di “nativi digitali” anche per i Millennials, e capisco da dove viene quella definizione, ma a essere precisi il titolo spetta solo alla Gen Z. I Millennials, e noi Zennial ancor di più, abbiamo imparato a usare la tecnologia mentre cresceva con noi. La Gen Z invece ci è nata dentro. Non ha dovuto adattarsi a nulla, perché non ha mai conosciuto un prima.
Questo ha creato una generazione che processa le informazioni in modo genuinamente diverso. Sono abituati a confrontare fonti diverse in pochi secondi, a passare da un contenuto all’altro senza sforzo, a capire istintivamente se qualcosa è autentico o costruito. Gli esperti li definiscono ipercognitivi, e non è un complimento buttato lì: è una descrizione precisa di come funziona la loro attenzione, distribuita su più schermi e stimoli contemporaneamente senza che questo venga percepito come sovraccarico.
Valori e consapevolezza sociale
Un altro tratto distintivo, forse quello che più sorprende le aziende quando ci si scontra per la prima volta, è la forte attenzione ai temi sociali. Crescere durante la crisi finanziaria del 2008, poi attraversare l’adolescenza con l’emergenza climatica come sfondo costante, e infine fare i conti con una pandemia globale proprio negli anni della formazione scolastica e dei primi passi nel mondo del lavoro: tutto questo lascia un segno profondo sul modo in cui una generazione guarda il mondo e valuta le scelte che fa, comprese quelle di consumo.
Non è quindi una sorpresa che l’83% della Gen Z italiana consideri giusto, se non indispensabile, lo sviluppo di un’economia green, e che il 60% sia disposto ad accettare limitazioni economiche pur di vedere investimenti pubblici in sostenibilità. Sono numeri che non hanno paragoni nelle generazioni precedenti, e che hanno implicazioni concrete per qualsiasi brand che voglia entrare in relazione con questo pubblico. Puoi approfondire qua.
Relazione con la tecnologia e i social media
Qui sfatiamo un mito che sento ripetere spesso: la Gen Z non vive “sempre sui social” nel senso romantico e un po’ allarmistico in cui lo intendiamo noi. Certo, li usano tantissimo, ma in modo molto diverso da come li usavamo noi Millennials e Zennial quando avevamo la loro età. All’epoca i social erano uno spazio dove raccontarsi, condividere, commentare. Per la Gen Z quella funzione si è esaurita.
Oggi il 72% di loro usa i social principalmente per seguire amici e influencer, in modalità passiva. Solo l’8% pubblica contenuti ogni giorno. Qua puoi consultare la fonte. I social sono diventati un media da consumare più che uno spazio di espressione personale, e questa differenza cambia tutto il modo in cui un brand dovrebbe pensare alla propria presenza online.
Abitudini digitali della Gen Z
Se prima ti ho aiutato a capire chi è la Gen Z e come ragiona, questa è quella che ti serve per capire dove trovarla e come si comporta online nel concreto. Perché conoscere i valori di una generazione senza sapere dove passa il tempo e come consuma i contenuti è come sapere che il tuo cliente ideale ama il caffè ma non sapere che bar frequenta. L’informazione è utile, ma da sola non ti porta da nessuna parte.
E qui devo fare una premessa onesta: il panorama digitale della Gen Z cambia velocemente, molto più velocemente di quanto cambino le abitudini delle generazioni precedenti. Una piattaforma che domina oggi potrebbe diventare irrilevante tra due anni, come è successo a Snapchat in Italia o a BeReal a livello globale. Quello che resta costante, invece, è il tipo di contenuto che cercano e il modo in cui interagiscono con esso. Ed è su quello che conviene concentrarsi se vuoi costruire una strategia che regga nel tempo.
Piattaforme preferite
In Italia, nella fascia 13-24 anni, TikTok è il social più usato nel 2026, seguito da Instagram e YouTube. Facebook, per questa generazione, è praticamente inesistente come piattaforma di riferimento. WhatsApp resta onnipresente per la messaggistica, e YouTube sta crescendo ulteriormente grazie agli Shorts, che hanno rubato a TikTok una fetta consistente di tempo di schermo tra i più giovani.
C’è però un dettaglio che cambia completamente il modo in cui dovresti pensare a queste piattaforme: per la Gen Z, i social non sono più solo intrattenimento. Sono diventati un vero e proprio motore di ricerca. Quando cercano un prodotto, un ristorante, un consiglio su cosa comprare, non aprono Google, aprono TikTok o la barra di ricerca di Instagram. Secondo i dati Digital 2026 di We Are Social, un italiano su due dichiara già di usare i social per informarsi su brand e prodotti, e tra la Gen Z questa percentuale è ancora più alta. Se il tuo brand non ha una presenza ottimizzata su queste piattaforme, non esiste agli occhi di questo pubblico, semplice.
| Piattaforma | Ruolo principale per la Gen Z |
|---|---|
| TikTok | Scoperta, intrattenimento, ricerca prodotti |
| Reels, shopping integrato, lifestyle | |
| YouTube | Video lunghi, Shorts, tutorial, motore di ricerca |
| Messaggistica, customer care | |
| Quasi assente, scarso interesse |
Consumo di contenuti e streaming
La parola chiave per capire come la Gen Z consuma contenuti è multitasking, ma non nel senso superficiale che si intende di solito. Non è semplicemente che fanno più cose insieme: è che il loro cervello è letteralmente calibrato su più flussi di informazione simultanei. Guardano video senza audio mentre leggono i sottotitoli, ascoltano podcast su YouTube mentre scorrono Instagram, tengono Netflix in sottofondo mentre chattano su WhatsApp. Non è distrazione, è il loro modo normale di stare nel mondo digitale.
Una conseguenza diretta di questo è che il contenuto virale usa e getta sta perdendo appeal. La Gen Z è stanca di video che esistono per fare views una volta sola e poi sparire. Quello che sta guadagnando terreno sono i formati ricorrenti: podcast a episodi, serie di contenuti con una logica narrativa, newsletter settimanali. Formati che costruiscono una relazione nel tempo, non un’impressione istantanea.

E-commerce e shopping online
Qui arriva la sorpresa più grande per chi pensa alla Gen Z come a una generazione totalmente digitale in tutto e per tutto. Secondo l’Osservatorio Giovani & Retail 2026, condotto da Skuola.net su un campione di mille ragazzi tra i 17 e i 25 anni, il 45% preferisce ancora il negozio fisico come canale principale di acquisto. Solo il 23% acquista esclusivamente online, mentre il restante 32% usa entrambi i canali in modo equivalente a seconda del prodotto.
Per l’abbigliamento il 70% sceglie lo store fisico, principalmente per poter provare il prodotto. Per l’elettronica e la tecnologia invece il digitale prevale, con il 38% che preferisce l’online. Non è un paradosso: è una generazione che ha imparato a usare i canali in modo strategico a seconda di cosa sta cercando, non una che ha abbandonato il mondo fisico per vivere solo su uno schermo. Il social commerce conta eccome, ma come strumento di scoperta e ispirazione, non necessariamente come punto finale della vendita.
Gen Z e il lavoro: aspettative e comportamenti
Se c’è un argomento su cui la Gen Z viene fraintesa sistematicamente, è il lavoro. Il racconto dominante li dipinge come pigri, choosy, incapaci di sacrificio, sempre a cercare scuse per non fare le cose. Io questa lettura non la condivido, e non la condivido non perché voglia fare il buonista, ma perché i dati raccontano una storia completamente diversa. Quello che la Gen Z sta facendo, in realtà, è rifiutare un modello di lavoro che le generazioni precedenti hanno accettato per decenni senza metterlo in discussione, e lo sta facendo con una chiarezza di valori che, sinceramente, mi fa un po’ di invidia.
Crescere vedendo i propri genitori sacrificare salute, tempo e relazioni sull’altare del posto fisso, per poi ritrovarsi comunque a fare i conti con crisi economiche, licenziamenti di massa e pensioni sempre più lontane, ha prodotto una generazione che ha tratto una conclusione molto razionale: se il contratto sociale tra lavoratore e azienda non garantisce più la stabilità promessa, allora non ha senso sacrificare tutto il resto per mantenerlo. Non è cinismo, è pragmatismo. E per chi gestisce un’azienda o fa recruiting, ignorare questa logica è un errore che si paga caro in termini di turnover e difficoltà ad attrarre talenti.
Cosa cerca nei datori di lavoro
La Gen Z cerca quella che i ricercatori di Deloitte chiamano una “trifecta”: denaro, significato e benessere, tutti e tre insieme, non uno in cambio degli altri. Non è disposta a guadagnare bene in un posto che la logora, né ad accettare uno stipendio basso in nome di una missione aziendale che suona bene sulla carta ma non si traduce in nulla di concreto. Vuole tutto, e lo vuole chiaramente dichiarato fin dal processo di selezione.
Solo il 6% della Gen Z indica come obiettivo principale della carriera il raggiungimento di una posizione di leadership. La scalata gerarchica classica, quel mito del successo che ha guidato Boomer e Millennials per decenni, semplicemente non ha lo stesso appeal. Quello che interessa davvero è la crescita personale, la formazione continua, la possibilità di fare un lavoro che abbia senso. E attenzione: il 96% di loro crede che le aziende debbano essere attivamente coinvolte nella risoluzione di problemi sociali, e più della metà rifiuta di lavorare per un brand di cui non condivide i valori. Non è una posizione ideologica astratta, è un criterio concreto di scelta del datore di lavoro.
Remote working e flessibilità
La flessibilità non è un benefit da inserire nel pacchetto di assunzione per renderlo più appetibile. È un requisito strutturale, un presupposto, non una concessione. In Italia il 34% della Gen Z dichiara che lascerebbe il proprio lavoro entro due anni se non venisse garantito un migliore equilibrio tra vita privata e professionale. Non “potrebbe valutare di andarsene”, proprio dichiara che se ne andrebbe.
Questo deriva direttamente dall’eredità della pandemia, che per questa generazione è arrivata proprio negli anni della formazione scolastica e dei primissimi passi nel mondo del lavoro. Hanno imparato che è possibile lavorare bene anche senza stare in ufficio dalle nove alle sei, e quella consapevolezza non se la tolgono più di dosso. Per loro la netta separazione tra tempo di lavoro e tempo libero non è negoziabile, ed è anche una reazione diretta a quello che hanno visto fare ai propri genitori: anni di straordinari, weekend sacrificati, ferie mai godute, per risultati spesso deludenti.
Imprenditorialità e side hustle
Un’altra caratteristica forte, che si lega direttamente alla sfiducia nel modello del posto fisso tradizionale, è la propensione al side hustle. Attività extra che affiancano il lavoro principale, spesso nate online: dropshipping, content creation, consulenze freelance, corsi digitali, community a pagamento. Non è solo voglia di guadagnare di più, anche se quella c’è. È soprattutto un modo per costruirsi un’identità professionale fuori dagli schemi tradizionali, per avere un piano B in un mercato del lavoro che percepiscono come instabile, e per testare in autonomia idee e competenze senza dover chiedere il permesso a nessuno.
È una tendenza che ha implicazioni interessanti anche per chi fa marketing: molti di questi side hustler diventano micro-creator, costruiscono community, e finiscono per essere esattamente quel tipo di influencer autentico di cui ti parlerò a breve.
Consumo e comportamento d’acquisto della Gen Z
Arriviamo a una delle sezioni più pratiche dell’articolo, quella che probabilmente ti interessa di più se gestisci un e-commerce, un brand o una strategia di vendita. Perché capire come compra la Gen Z non è un esercizio teorico: è il punto di partenza per qualsiasi decisione che riguarda pricing, canali di vendita, comunicazione del prodotto e scelta dei partner con cui collaborare.
Partiamo da un dato che rimette in prospettiva tutto il resto. Le stime parlano di un potere d’acquisto della Gen Z che supera i 140 miliardi di dollari a livello globale, e questa cifra è destinata a crescere in modo significativo nei prossimi anni man mano che la generazione avanza nella propria carriera lavorativa e acquisisce reddito disponibile. Stiamo quindi parlando di un pubblico che non è più solo “i giovani da conquistare domani”, ma un segmento economico rilevante già oggi, con abitudini di spesa precise e molto diverse da quelle delle generazioni precedenti.
La cosa che rende interessante, e a volte complicata, la Gen Z come consumatrice non si lascia convincere facilmente. Ha accesso a più informazioni di qualsiasi generazione precedente, sa confrontare prezzi in pochi secondi, legge le recensioni con attenzione, e riconosce immediatamente quando un brand sta cercando di venderle qualcosa invece di parlarle davvero. Questo non significa che non acquisti. Significa che acquista in modo più consapevole, e che i criteri che usa per scegliere sono diversi da quelli a cui siamo abituati.
Influencer e creator economy
Il 57% di loro è propenso ad acquistare un prodotto basandosi sulla recensione di un influencer, e il 32% inizia a fidarsi di un brand proprio grazie a un creator. Sono numeri importanti, ma il punto non è la quantità: è la qualità del tipo di influencer che funziona davvero con questo pubblico.
La Gen Z non si fida dei testimonial patinati, delle campagne dove è evidente che qualcuno è stato pagato per dire che un prodotto è fantastico. Lo vede subito, e quella percezione di falsità danneggia il brand invece di aiutarlo. Quello che funziona è l’autenticità percepita: un micro-influencer con quindicimila follower ma una community fedele e coerente converte spesso meglio di un nome con milioni di follower che promuove di tutto. La differenza sta nel fatto che il micro-creator sembra uno di loro, parla come loro, e quando consiglia qualcosa sembra farlo perché ci crede davvero, non perché ha firmato un contratto.
Sostenibilità e brand consapevoli
Circa il 66% degli acquirenti Gen Z preferisce aziende con prodotti sostenibili, e il 64% è disposto a pagare di più per un brand allineato a questi valori. Ma qui c’è una trappola in cui molti brand cadono, e vale la pena nominarla chiaramente: il greenwashing non funziona. Anzi, peggio che non funzionare, fa danni.
La Gen Z è cresciuta con internet, sa fare ricerche, e non le basta che un’azienda dica di essere sostenibile nella propria comunicazione. Vuole vedere le prove. Vuole sapere come funziona la filiera, dove vengono prodotti i materiali, come vengono trattati i lavoratori. Se la sostenibilità è solo una parola nel claim pubblicitario senza nulla di concreto dietro, se ne accorgono in fretta, e la reazione è proporzionalmente negativa rispetto all’aspettativa tradita. Un brand che non parla di sostenibilità parte svantaggiato, ma un brand che ne parla senza fatti a supporto parte ancora peggio.
Prezzo vs valori personali
Detto tutto questo, sarebbe sbagliato dipingere la Gen Z come una generazione che antepone sempre i valori al portafoglio. La realtà è più sfumata, e anche più onesta. Per molti di loro, soprattutto in un contesto economico complicato dove l’accesso alla casa, la stabilità lavorativa e il costo della vita pesano in modo concreto, conciliare i propri valori con il budget disponibile resta una sfida quotidiana.
Il 59% della Gen Z dichiara di voler scegliere prodotti sostenibili, ma più della metà ammette che le difficoltà economiche rendono questa scelta non sempre praticabile. Non è incoerenza, è la realtà di una generazione che ha valori chiari ma non sempre il reddito per agire di conseguenza. Per un brand questo significa una cosa: la sostenibilità non può essere solo un elemento di premium positioning. Deve essere accessibile, comunicata in modo concreto, e supportata da una trasparenza reale su quello che c’è dietro al prezzo che chiedi.
Generazione Z nel marketing: come raggiungerla
Arriviamo alla sezione che, se sei arrivato fin qui, aspettavi probabilmente dall’inizio. Tutto quello che abbiamo visto fino a ora, chi sono, come pensano, dove stanno, cosa comprano, converge qui in indicazioni pratiche su come costruire una comunicazione che funzioni davvero con questo pubblico. E ti avverto subito: non esiste una formula magica (sennò sarei milionario), una checklist di tre punti da applicare e il gioco è fatto. Chi te la vende così ti sta mentendo.
Quello che esiste è una logica di fondo che, se capisci davvero, ti permette di prendere decisioni migliori su qualsiasi canale e in qualsiasi formato. E quella logica è più semplice di quanto sembri: la Gen Z vuole essere trattata come un interlocutore intelligente, non come un target da colpire. Vuole che il brand che le parla sappia chi è, cosa le importa, e abbia qualcosa di genuino da dire. Tutto il resto, la piattaforma scelta, il formato del contenuto, la frequenza di pubblicazione, è esecuzione. L’esecuzione conta, ma viene dopo.
Detto questo, vediamo nel concreto cosa significa tutto questo in termini di strategia.
Strategie di comunicazione efficaci
La prima cosa da fare, prima ancora di aprire un account TikTok o assumere qualcuno che faccia video, è smettere di parlare alla Gen Z come se fosse un pubblico da convincere a tutti i costi. Questo significa abbandonare il linguaggio pubblicitario classico, quello dei claim vuoti, dei superlativi, delle promesse che suonano bene ma non dicono niente di concreto. La Gen Z lo riconosce a chilometri di distanza e lo scrolla via senza pensarci due volte. Poi diciamocelo, certi slogan han rotto il cazzo!
Funziona invece un linguaggio diretto, anche un po’ informale, che non abbia paura di essere specifico. Non “il miglior prodotto per la tua routine”, ma “ti spieghiamo esattamente cosa contiene e perché lo abbiamo scelto”. Non “siamo appassionati di quello che facciamo”, ma mostrare quella passione in modo concreto attraverso contenuti che abbiano un valore reale per chi li guarda. La Gen Z apprezza l’edu-tainment, ovvero contenuti che intrattengono ma insegnano qualcosa allo stesso tempo. Se riesci a fare quello, hai già risolto metà del problema.
Un altro elemento che funziona molto bene è la serialità. Come ti dicevo prima, la Gen Z si sta stancando del contenuto virale usa e getta. Preferisce seguire format ricorrenti, contenuti che costruiscono una narrazione nel tempo e la invitano a tornare. Questo vale su TikTok, su Instagram, ma anche su YouTube e sulle newsletter. Costruisci un appuntamento, non un singolo post.
Autenticità e trasparenza
Il 71% di loro pensa che i brand non capiscano i loro valori. È un numero che dovrebbe far riflettere chiunque lavori nella comunicazione, perché significa che la stragrande maggioranza delle aziende sta sbagliando approccio con questo pubblico pur cercando attivamente di raggiungerlo. Il problema non è la mancanza di sforzo o di budget, è la mancanza di autenticità.
Quello che funziona con la Gen Z è mostrare la realtà dietro al brand, anche quando non è perfetta. Il dietro le quinte, gli errori ammessi, le scelte spiegate con onestà invece che nascoste dietro un comunicato stampa. Un brand che ha avuto un problema di qualità e lo dice apertamente, spiegando cosa ha fatto per risolverlo, guadagna molto più di uno che fa finta che il problema non sia mai esistito. La trasparenza non è debolezza, per questa generazione è il prerequisito minimo per essere presi sul serio.
Questo vale anche per l’uso dell’intelligenza artificiale nella produzione di contenuti, argomento su cui ho scritto in modo approfondito nell’articolo sull’AI Act qui sul blog. La Gen Z non ha problemi di principio con il fatto che un brand usi l’AI, ma vuole saperlo. Nasconderlo è percepito come una forma di inganno, dichiararlo apertamente è percepito come rispetto.
Micro-influencer e content marketing
Invece di inseguire il grande nome con milioni di follower, spesso conviene investire su più micro-influencer, ognuno con una community piccola ma fedele e in target. Il ragionamento è semplice: un macro-influencer con due milioni di follower parla a tutti e a nessuno in particolare, e la Gen Z lo sa. Un micro-creator con quindicimila follower tutti appassionati di skincare vegana, o di coffee specialty, o di running urbano, parla esattamente alle persone che vuoi raggiungere, con una credibilità che nessun budget pubblicitario può comprare.
Il content marketing che funziona con la Gen Z segue la stessa logica. Non si tratta di produrre tanto, ma di produrre contenuti che abbiano un motivo reale per esistere. Un tutorial che risolve un problema concreto, un video che racconta come nasce un prodotto, un articolo che spiega qualcosa che il tuo pubblico non sapeva ma gli interessa sapere. Il valore informativo non è un optional che si aggiunge alla fine se avanza spazio, è il punto di partenza di qualsiasi strategia di contenuto che voglia avere un impatto reale su questo pubblico.

Sfide e criticità della Gen Z
Non si può parlare della Generazione Z in modo onesto senza affrontare anche il lato più difficile. Sarebbe troppo comodo fermarsi al ritratto della generazione consapevole, digitalmente abile e con i valori giusti, senza riconoscere che quella stessa generazione porta con sé contraddizioni reali e difficoltà concrete che non si risolvono con un post motivazionale. E visto che ho passato tutto l’articolo a chiederti di trattare la Gen Z come un interlocutore intelligente, mi sembra coerente fare lo stesso qui.
Quello che emerge dai dati è un quadro complesso, fatto di luci e ombre. Da un lato una generazione più consapevole, più attenta, più capace di mettere confini rispetto alle precedenti. Dall’altro una generazione che paga un prezzo psicologico reale per essere cresciuta in un mondo iperconnesso, attraversando eventi storici destabilizzanti proprio negli anni in cui si formava l’identità.
La pandemia, la crisi climatica percepita come urgente e senza soluzione a portata di mano, l’instabilità economica, e sopratutto il confronto costante e incessante con le vite degli altri, filtrate attraverso uno schermo: è un carico che le generazioni precedenti non hanno mai dovuto portare nella stessa forma e nella stessa intensità.
Capire queste difficoltà non serve solo a fare empatia, anche se quella non guasterebbe. Serve a costruire una comunicazione che non ignori il contesto in cui vive il tuo pubblico, e che non aggiunga pressione a una generazione che di pressione ne ha già abbastanza.
Salute mentale e dipendenza dal digitale
Il dato più significativo su questo tema arriva da una ricerca di Ipsos: il tasso di giovani Gen Z italiani con problemi legati al benessere mentale si aggira intorno al 40%, contro una media nazionale del 28%. Ansia, fobie e sintomi depressivi sono tra i disturbi più diffusi, con un impatto maggiore sulle giovani donne. L’Italia, tra l’altro, registra da anni una delle percentuali più basse di “pieno benessere” tra tutti i paesi dell’Unione Europea, e tra i giovani questo gap si allarga ulteriormente.
La correlazione con l’uso dei social media è reale, anche se il rapporto causa-effetto è più complicato di come viene spesso raccontato. Non è semplicemente “i social fanno stare male”. È che i social amplificano meccanismi di confronto sociale che esistevano già, li rendono costanti e inevitabili, e lo fanno in anni della vita in cui l’identità è ancora in costruzione e il confronto con gli altri ha un peso enorme. Il risultato è una generazione che usa intensamente strumenti di cui riconosce i limiti, e che fatica a staccarsi nonostante li percepisca chiaramente.
Ci sono però anche segnali positivi che vale la pena citare, perché il quadro non è solo cupo. Secondo la ricerca Generationship 2025 di Unipol, nel corso dell’ultimo anno la quota di giovani italiani che giudica positivamente la propria condizione mentale è cresciuta di dieci punti, passando dal 52% al 62%. La ripresa del mercato del lavoro giovanile ha avuto un impatto diretto sul benessere psicologico, a conferma che gran parte del disagio ha radici economiche e lavorative più che digitali in senso stretto.

Ansia sociale e privacy
Vivere costantemente esposti, con un’identità online da curare, aggiornare e confrontare con quella degli altri, ha un costo psicologico che la Gen Z inizia a riconoscere apertamente. È interessante notare che questa è la prima generazione che parla di salute mentale senza tabù (finalmente), che normalizza la terapia, che mette confini espliciti tra sé e il lavoro, tra sé e i social, tra sé e le aspettative degli altri. Non è una generazione che nega il problema, è una generazione che lo nomina e cerca strumenti per gestirlo.
Sul tema della privacy il discorso è più sfumato di quanto sembri. La Generazione Z condivide moltissimo online, ma è anche più attenta di quanto si pensi a cosa condivide e con chi. Ha imparato a distinguere l’identità pubblica da quella privata, spesso gestendo profili separati per audience diverse. Non è ingenuità digitale, è una gestione consapevole della propria presenza online che le generazioni precedenti, compresa la mia da Zennial, hanno dovuto imparare molto più tardi e spesso dopo aver fatto errori difficili da correggere. So che anche te eri registrato su Netlog e pubblicavi cazzate! Il mio nick era XxX_MeTallo_XxX, i brividi.
Impatto della pandemia COVID-19
La pandemia ha colpito la Gen Z in un momento particolarmente delicato: gli anni della scuola superiore e dell’università, i primi stage, i primi lavori, le prime relazioni adulte costruite fuori dalla famiglia. Tutti questi passaggi fondamentali sono stati interrotti, rimandati o vissuti in modo radicalmente diverso da come li avevano vissuti le generazioni precedenti.
L’eredità più visibile di questo trauma collettivo è proprio quella attenzione al work-life balance e alla salute mentale di cui ti parlavo prima. Non è una moda, non è una scusa, è una risposta diretta e comprensibile a un’esperienza che ha dimostrato in modo molto concreto quanto sia fragile qualsiasi sistema che non tenga conto del benessere delle persone. Le aziende che ancora faticano a capire perché i giovani non vogliono fare gli straordinari non pagati (se non lo capisci, hai un problema grave, il lavoro si paga sempre) e non si accontentano di un contratto a tempo indeterminato come unica forma di riconoscimento, probabilmente non hanno ancora elaborato davvero cosa ha significato quegli anni per chi li ha vissuti a vent’anni.
Il futuro della Generazione Z in economia e società
Siamo arrivati all’ultima sezione finalmente, e voglio affrontarla in modo diverso da come si fa di solito in questi articoli. Solitamente il “futuro della Gen Z” diventa una serie di previsioni ottimistiche su come questa generazione salverà il pianeta, reinventerà il capitalismo e risolverà i problemi che le generazioni precedenti hanno lasciato in eredità. È un racconto che suona bene ma che non aiuta nessuno a prendere decisioni concrete oggi.
Quello che invece mi sembra utile fare è guardare ai numeri e alle tendenze già in atto, e ragionare su cosa significano in termini pratici per chi gestisce un’azienda, fa marketing, o semplicemente vuole capire in che direzione si sta muovendo il mercato nei prossimi dieci anni. Perché la Gen Z non è il futuro in senso astratto, è il presente che si sta consolidando. I più grandi hanno quasi trent’anni, stanno comprando casa, stanno avanzando nelle carriere, stanno iniziando ad avere figli. Il momento in cui “diventeranno importanti” è già adesso, non tra vent’anni.
C’è anche un’altra considerazione che vale la pena fare prima di entrare nel dettaglio. Tutte le caratteristiche che abbiamo visto in questo articolo, i valori, le abitudini digitali, le aspettative sul lavoro, non rimarranno confinate alla Gen Z per sempre. Accade con ogni generazione: i comportamenti dei più giovani tendono a diffondersi verso l’alto nel tempo, e quello che oggi è una caratteristica distintiva della Gen Z domani diventerà un’aspettativa diffusa anche tra i Millennials e gli Zennial. Lo vediamo già succedere con la flessibilità lavorativa, con l’attenzione alla sostenibilità, con la preferenza per i contenuti autentici rispetto a quelli costruiti. Chi si adatta ora si trova avvantaggiato non solo rispetto alla Gen Z, ma rispetto all’intera direzione in cui si sta muovendo il mercato.
Impatto economico e potere d’acquisto
Le stime parlano di un potere d’acquisto della Gen Z che supera già i 140 miliardi di dollari a livello globale, e questa cifra è destinata a crescere in modo significativo man mano che la generazione avanza nella propria carriera. Entro il 2030 rappresenterà circa il 30% della forza lavoro mondiale, un dato che da solo dovrebbe bastare a convincere qualsiasi azienda a prendere sul serio questo pubblico invece di trattarlo come se fossero degli stupidi, pigri e soprattutto una nicchia trendy da inseguire con qualche video su TikTok.
Quello che rende interessante questo potere d’acquisto crescente è che non verrà speso come lo spendevano le generazioni precedenti. La Gen Z compra meno cose e più esperienze, privilegia la qualità alla quantità, e sceglie brand con cui sente una connessione reale rispetto a brand storici che si limitano a esistere da tanto tempo. Per le aziende che hanno costruito il proprio posizionamento sulla legacy e sulla notorietà storica, questo è un campanello d’allarme. La reputazione del passato non basta più, serve una rilevanza nel presente.
Transizione ecologica e innovazione
Questa generazione spingerà concretamente la transizione ecologica, non solo a livello di preferenze di consumo ma anche come forza lavoro e come classe politica emergente. 8 Gen Z su 10 tengono conto di fattori ambientali, sociali e di governance nelle proprie scelte, e il 60% italiano dichiara di essere disposto ad accettare limitazioni economiche a breve termine pur di vedere investimenti pubblici in sostenibilità. Sono numeri che non hanno precedenti nelle generazioni passate, e che nei prossimi anni si tradurranno in pressione concreta su aziende, istituzioni e mercati finanziari.
Per le aziende questo significa che la sostenibilità smetterà progressivamente di essere una scelta strategica opzionale e diventerà un requisito di accesso al mercato. Non una cosa da fare per sembrare bravi, ma una condizione necessaria per continuare a essere rilevanti agli occhi di una generazione che tra dieci anni sarà il cuore del mercato dei consumatori e della forza lavoro.
Leadership dei prossimi decenni
Tra qualche anno la Gen Z non sarà più “il pubblico giovane da intercettare”. Sarà la classe dirigente, i decision maker, i fondatori di impresa, i responsabili degli acquisti nelle aziende, gli elettori che sceglieranno la direzione politica del paese. Il processo è già in corso, e si accelererà in modo significativo nel corso del prossimo decennio.
Le aziende che oggi costruiscono un rapporto autentico con questa generazione, sia come clienti che come collaboratori e futuri leader, si stanno semplicemente preparando per tempo a un mercato che cambierà comunque, che lo vogliano o no. E quelle che invece continuano a trattare la Gen Z come un target difficile da capire, troppo esigente, troppo complicato, si troveranno tra qualche anno a dover recuperare un ritardo che sarà molto più costoso da colmare.
Tiriamo le somme
Se sei arrivato fin qui, spero che il quadro sia chiaro. La Generazione Z non è un enigma da risolvere con il trucco giusto, non è un pubblico da conquistare con il formato video di tendenza del momento, e non è quella cosa strana e incomprensibile che molti articoli di marketing continuano a dipingere. È una generazione con una logica interna precisa, formata da esperienze storiche specifiche, con valori coerenti e abitudini digitali che riflettono il mondo in cui è cresciuta.
Comunicare con loro richiede una cosa sola, in fondo, anche se quella cosa è più difficile di qualsiasi tattica: essere onesti. Onesti su chi sei come brand, onesti su cosa offri, onesti su cosa non sei. La Gen Z non pretende la perfezione, pretende la trasparenza. E in un mercato dove la fiducia è la risorsa più scarsa, quella trasparenza vale più di qualsiasi campagna pubblicitaria.
Se vuoi costruire una strategia di comunicazione e contenuti che parli davvero a questo pubblico, partendo da dati reali e non da stereotipi, noi di IWM Studio siamo qui per questo. Puoi iniziare con una call gratuita, senza impegno, e capire insieme da dove ha senso partire.
